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Si colora il dibattito nel campo della transizione energetica e della sostenibilità ambientale, e si colora soprattutto per quel che riguarda la produzione, l’utilizzo dell’idrogeno. Si colora perché il dibattito oggi si concentra sullo scontro/confronto tra chi sostiene l’idrogeno “Blu” e i sostenitori dell’idrogeno “Verde”.

Mentre a Crotone sembra non aver suscitato interesse e non ha stimolato il dibattito politico, e neanche quello economico ed imprenditoriale, in Europa e nel resto del Paese i grandi gruppi stanno animando il dibattito e cercando di indicare alla politica nazionale la strada da percorrere.

La proposta illustrata dal Comitato crotonese H2Kr alla V Commissione presieduta da Salvatore Riga, e che vorrebbe Crotone quale capofila nel sud Italia e nell’area ionica nel settore della transizione energetica con la realizzazione della cosiddetta “Hydrogen Valley”, racchiude in sé proprio i temi al centro del dibattito nazionale ed Europeo e dei grandi finanziamenti che proprio l’Europa sta riservando al settore.

Procediamo però con ordine delineando innanzitutto i due modelli che oggi sono messi a confronto/scontro dai grandi gruppi che operano nel settore energetico ( Eni, Snam, Enel).

Idrogeno blu ed idrogeno verde, perché Eni e Snam puntano sul primo ed Enel invece sul secondo?

L’idrogeno non è una fonte di energia come il sole o il petrolio, ma è un vettore. In natura non esiste da solo: va estratto dall’acqua o dal metano. L’energia che dà, è pari a quella usata per produrlo. Il suo vantaggio è che rilascia energia in modo pulito: bruciando non emette gas serra, nelle celle a combustibile produce elettricità e ha come scarto soltanto vapore acqueo.

L’idrogeno “blu” è prodotto dal metano, ma con la cattura della CO2. Questa oggi viene iniettata sottoterra in giacimenti esausti. La cattura del carbonio viene avversata dagli ambientalisti, che la vedono come un processo inutile e costoso, che rallenta il passaggio alle rinnovabili.

In questo ambito Eni e Snam a Crotone potrebbero quindi avere “qualche interesse” e potrebbe non stupire un eventuale progetto con al centro il metano crotonese.

L’idrogeno verde, invece, si ottiene attraverso l’elettrolisi dell’acqua in speciali celle elettrochimiche alimentate da elettricità prodotta da fonti rinnovabili.

Le convinzioni del ‘cane a sei zampe’ sono state palesate in modo inequivocabile: l’azienda guidata da Claudio Descalzi risulta infatti  tra i firmatari della lettera che l’associaizone europea Eurogas ha inviato ai vertici della Commissione UE, chiedendo l’adozione di una strategia europea per l’idrogeno basata su un approccio “inclusivo” che tenga in considerazione tutte le tipologie di “idrogeno pulito”, compresa quella prodotta con SRM unita alla CCS.

Per quanto riguarda invece Enel il suo CEO, Francesco Starace,  nel corso di un’ampia intervista rilasciata al supplemento di Repubblica, Affari & Finanza in relazione alle modalità di produzione dell’idrogeno ha dichiarato:

“eviterei di pensare che lo si possa produrre con tecnologie legate alla cattura della CO2: sarebbe una distruzione di valore e di fondi” ha detto il CEO dell’Enel.

“Se poi qualcuno ci crede – ha aggiunto il manager – dovrebbe comunque farlo con fondi suoi, senza chiedere incentivi”.

Utile sottolineare che questa difformità di vedute non sorprende, ed anzi è piuttosto in linea con i diversi profili del business dei due gruppi italiani.

Eni dispone infatti di una ricca serie di asset nell’ambito della produzione di gas naturale ed è quindi ovvio che l’azienda spinga per il sostegno ad una modalità di produzione dell’idrogeno che utilizzi proprio il metano come materia prima. 

Enel è invece un player di primo piano nel crescente mercato delle energie rinnovabili – con propri impianti produttivi sia in ambito eolico che solare – che sono fondamentali (ed anzi, in quest’ottica, ne serviranno quantità sempre maggiori) per la produzione dell’idrogeno verde tramite elettrolisi dell’acqua.

Nicola Armaroli,ricercatore del CNR, sposa la posizione del gruppo Enel sull’idrogeno, che vede come unica soluzione praticabile per la decarbonizzazione la variante green e rinnovabile dell’H2, e ritiene inutile e dannoso investire anche sull’H2 blu prodotto da steam reforming del metano e cattura della CO2.

“L’idrogeno – spiega il ricercatore del CNR -veramente sostenibile non può che essere quello verde”, e questo perché “chi sostiene la strada dell’idrogeno blu, dicendo che il problema della CO2 verrà risolto confinandolo nel sottosuolo.

Oggi – prosegue Armaroli -siamo molto indietro con le tecnologie di sequestro dell’anidride carbonica.

Tutti i grandi progetti avviati in questa direzione, per esempio in Texas e in Australia, sono stati un fallimento, si sono dimostrati estremamente costosi, difficili da realizzare e anche nel caso in cui se ne dimostrasse la fattibilità non si tratterebbe comunque di una tecnologia a zero emissioni.

In sostanza, oggi non esiste alcuna prospettiva concreta di produrre idrogeno blu”.

Armaroli si è detto anche convinto che la soluzione migliore sarebbe quella di produrre idrogeno da fonti rinnovabili vicino ai centri di consumo. Ma, affinché ciò possa avvenire, è necessario potenziare le tecnologie rinnovabili. Per far fronte al fabbisogno italiano di idrogeno per l’industria pesante, per esempio, si dovrebbero triplicare gli impianti fotovoltaici.

Si tratta di esplicitare e fare scelte politiche che potrebbero riguardare da vicino Crotone, perché se è vero che Eni, Snam potrebbero spingere per un progetto che sfrutti il gas naturale estratto nel mare crotonese, è pur vero che il territorio potrebbe anche puntare sullo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili così da produrre idrogeno verde e realizzare centri di consumo.

Si ricordi che gli investimenti previsti nel PNRR nella filiera dell’idrogeno e nella transizione del settore siderurgico ammontano a 2 miliardi, che fanno gola.

Crotone dovrebbe provare questa volta a non saziare gli altrui appetiti restando a bocca asciutta, ancora una volta!