fbpx


Il caso Shalabayeva si sposta dalle aule giudiziarie al Parlamento.

Occorre chiarire “se, quando Mukhtar Ablyazov ha soggiornato sul territorio italiano nel 2013, avesse titolo per farlo; se il governo disponga di elementi, per quanto di competenza, circa la dinamica che gli ha consentito di eludere l’arresto da parte delle autorità italiane; se risultino al governo richieste di congelamento o confisca, sul territorio italiano, di beni a lui riconducibili anche tramite intestazioni fittizie, nonché quante condanne risultino attualmente a suo carico”.

Lo chiede un’interrogazione ai ministri dell’Interno, della Giustizia e degli Esteri presentata da quattro deputati dl Movimento 5 stelle e tra questi dalla crotonese on.Elisabetta Barbuto.

Condannati per questa vicenda un giudice di pace e sei poliziotti. Tra cui due dei più bravi investigatori italiani, l’ex capo della Squadra Mobile e ex Questore di Palermo, Renato Cortese(tanti gli arresti eccellenti di latitanti come quello di Bernardo Provenzano, avvenuto 11 aprile 2006 a Montagna dei Cavalli ) e l’allora responsabile dell’ufficio immigrazione della questura di Roma, Maurizio Improta, che sono stati condannati anche a risarcire i danni morali subiti dai familiari della Shalabayeva e del marito

Nel documento si ricorda che “Mukhtar Ablyazov nel 2013 è stato descritto mediaticamente come dissidente kazako e rifugiato politico in fuga da un regime dittatoriale; il 27 maggio 2013, tre giorni prima dell’espulsione della moglie” Alma Shalabayeva “dall’Italia, era pervenuta a tutte le sezioni Interpol del mondo una nota, che segnalava una red notice a suo carico (persona da ricercare perché colpita da provvedimenti giudiziari emessi da un Paese membro dell’organismo internazionale Interpol) per truffe, reati fiscali e altri delitti della stessa natura; Ablyazov era dunque considerato dall’Interpol un latitante, accusato di bancarotta fraudolenta e di appropriazione indebita per circa 6 miliardi di dollari”.

Ablyazov, laureato in fisica, ministro dell’energia, poi banchiere, dissidente al regime del presidente Nursultan Nazarbaev e rifugiato politico in fuga da un regime dittatoriale. Tre giorni prima dell’espulsione della moglie Alma Shalabayeva, sarebbe giunta a tutte le sezioni Interpol una nota che segnalava una “red notice” ( avvisi che consentono alla polizia dei paesi membri di condividere informazioni critiche relative alla criminalità) a suo carico come persona da ricercare perchè colpita da provvedimenti giudiziari emessi da un Paese membro dell’organismo internazionale Interpol per truffe reati fiscali e altri delitti della stessa natura.

Ablyazov era dunque già considerato pericoloso dall’Interpol, un latitante accusato di bancarotta fraudolenta e di appropriazione indebita per circa 6 miliardi di dollari. Quest’ultimo dettaglio di natura finanziaria è emerso da un’inchiesta dell’Espresso del 28 febbraio per cui sarebbero numerose le decisioni dei tribunali britannici nei confronti di Ablyazov. Era il 2009 quando la banca statale kazaka Bta (fallita) lo accusava di essersi appropriato di questi soldi e di averli fatti sparire attraverso delle società offshore. Il dissidente kazako negò i fatti contestati e venne condannato a 22 mesi di carcere facendo di fatto decadere la concessione dell’ asilo politico in Inghilterra. Il provvedimento di revoca dello status di rifugiato è stato formalizzato solo nel 2014.

Di tutto questo il tribunale di Perugia non avrebbe tenuto conto incentrando il giudizio sul fatto che Alma Shalabayeva non poteva essere espulsa perchè il marito aveva ottenuto nel 2011 lo status di rifugiato. Nessun accertamento con la Gran Bretagna su chi era realmente Ablyazov e che aveva perso lo status di rifugiato. La Shalabayeva avrebbe prodotto durante la perquisizione un passaporto centroafricano con un nome falso: Alma Ayan. Condotta al Cie per l’identificazione e la verifica del documento, avrebbe continuato a nascondere la sua reale identità.

Il decreto di espulsione é stato emesso dalla Procura di Roma il 31 maggio e la donna insieme alla figlia sono state accompagnate a Ciampino per essere imbarcate su un aereo per Astana noleggiato dalle autorità kazake.
Sempre nell’inchiesta de L’Espresso viene messo in evidenza come solo all’ultimo gli avvocati italiani della donna dichiararono la sua reale identità, ovvero che si trattava della moglie del latitante Ablyazov e avrebbero richiesto di non mandarla in patria.