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Oggi racconto di noi cari amici e colleghi dell’Abramo Customer Care

Ho provato ad andare a ritroso nel tempo…Era giugno una tiepida domenica sul finire della primavera, e scegliere di essere lì è stato confermare di essere parte di qualcosa, di non essere riconosciuta solo attraverso la foto sbiadita di un badge.

Una mattinata dedicata alla famiglia, per far conoscere e vivere alle nostre famiglie il quotidiano oltre i tornelli.

In quella occasione ho scritto qualcosa, non un ringraziamento, ho sempre inteso il lavoro come un “contratto” in cui le parti danno e cedono qualcosa…una riflessione invece.

È stata l’occasione per riflettere non sul lavoro, non sull’azienda, ma sui compagni, colleghi, vicini di postazione, e di “gabiotto” nelle brevi pause tra un morso ad un panino e una borsetta termica custode di un pranzo da consumare in piedi o a turno su di una sedia.

L’ho scritto quella domenica e lo credo ancora: non è il mio lavoro, non è quello che mi rappresenta e che avrei scelto, ma è quello che mi ha reso libera.

Libera dal bisogno, dal ricatto sociale, e che ha fatto da scudo alla mia voglia di non accondiscendere, che mi ha vista professionista, ambiziosa, moglie, madre e soprattutto donna emancipata.

Ecco il lavoro da’ consistenza e sostanza alle parole dignità e libertà!

E poi, ho conosciuto, ho vissuto persone, una varietà preziosa di umanità ed esperienze, spesso così lontane da me, ma poi in quelle ore, in quel ripetersi di gesti così simili, così vicine.

E oggi la difficoltà ci colpisce quando siamo distanti, quando quegli sguardi non si incontrano al di là di quella postazione che è un’isola ma che non isola, parte di un unico, un ripetersi e rinnovarsi turno dopo turno di sorrisi, di sguardi, di confronti e condivisione anche con chi non ha neanche un nome: è soltanto il collega, di quel turno.

Quando pensate e parlate della Datel, dell’Abramo, pensate alla libertà a quanta libertà ha dato, a quanti sacrifici dietro quella moltitudine di auto spesso parcheggiate male, in quel grande, parcheggio, ma non sufficiente ad accogliere e contenere tutta quella umanità in movimento, in azione, quella umanità viva!

Siamo spesso stati additati, come si fa con chi fa parte di qualcosa di grande, di unico, anche di conflittuale, oltre 1000 persone nella sede di Crotone non poteva che essere un microcosmo, e lo siamo stati, e lo siamo ancora un microcosmo necessario, indispensabile a quel macrocosmo che è la comunità crotonese, in cui si è preferito troppo, troppo spesso l’individualismo, la contrapposizione, l’antagonismo che hanno minato la forza di un territorio che oggi, ancora una volta è preda e vittima.

Ai colleghi, agli amici, che in queste lunghe giornate guardano con timore al futuro, dico che dovremmo ritrovare il senso di appartenenza non ad un’azienda ma a quel macrocosmo che deve essere comunità, comunione unione di intenti e di difesa e protezione reciproca.

Maria Bonaiuto

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